martedì 7 aprile 2009

Processo Eternit, quasi tremila aspiranti parti civili

http://www.metronews.it/news-torino/processo-eternit-quasi-tremila-aspiranti-parti-civili.html?Itemid=30457%3Fexp%3D1

Sono arrivati da tutta Italia e dall’estero, dalla Francia. E chiedono giustizia. Sono le vittime dell’amianto, i parenti e i colleghi delle migliaia di operai morti per aver lavorato nelle quattro fabbriche della morte italiane. Si è aperto ieri al tribunale con l’udienza preliminare il processo Eternit. Alle 9 hanno cominciato ad arrivare le 2.889 parti civili contro lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis De Cartier, 88 anni, accusati di disastro doloso e omissione dolosa di sistemi antifortunistici. I primi a presentarsi ai “filtri” allestiti per l’accredito sono stati 27 emiliani: ex operai, figli e nipoti di lavoratori morti dopo aver lavorato all’Eternit di Rubiera (RE). Sette gli autobus arrivati da Casale, dove si conta la maggior parte delle vittime. La prima parte dell’udienza è stata dedicata solo all’appello delle aspiranti parti civili dalla A alla L, domani è in programma il resto. Hanno chiesto di costituirsi l’Inail, con la (forse) più alta richiesta risarcitoria della sua storia: 246 milioni; le Regioni Piemonte, Emilia Romagna e Campania, le Province, i Comuni di Casale, Cavagnolo e Rubiera; sindacati, Associazioni di famigliari e vittime dell’amianto. «Sarà un processo giusto per tutti, per le vittime e per gli imputati», ha detto il pm Raffaele Guariniello.
(REBECCA ANVERSA)

lunedì 6 aprile 2009

«Tutti a Torino, qui si muore ancora»

http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_05/torino_processo_amianto_record_df741562-2192-11de-b3cf-00144f02aabc.shtml

Il caso Le parti offese potrebbero essere oltre cinquemila
L'amianto e il processo dei record«Tutti a Torino, qui si muore ancora»
Da Casale 9 pullman per la prima udienza di lunedì. Sotto accusa la Eternit


DAL NOSTRO INVIATO
CASALE MONFERRATO (Alessandria) - Alla fine, forse. La signora Romana dice che solo quando il processo sarà finito riuscirà a piangere. Non lo ha fatto neppure ieri, quando le hanno portato una poesia per sua figlia, scritta dalla dottoressa che ha cercato di alleviarne le sofferenze. «La vuole leggere lei? Io non ci riesco». Romana Blasotti approfitta del silenzio che è sceso nel tinello e si alza. Va in cucina a preparare il caffè. Lo sguardo dell'ospite si posa inevitabilmente sulle pareti e sul ripiano della credenza, pieni di volti, in bianco e nero, a colori. Una delle foto più datate ritrae un gruppo di giovani che sorridono, con lei al centro. L'uomo che fissa l'obiettivo ha la fronte spaziosa, lo sguardo buono, le mani in tasca. Si sposeranno qualche mese dopo quello scatto. Mario, suo marito, fu il primo. Era l'unico della famiglia che lavorava all'Eternit. Si ammalò nel febbraio del 1982. «Quando il medico mi disse che aveva un tumore, non mi feci impressionare. "È un uomo forte, lo cureremo" gli risposi. "No, signora, non è possibile. Mesotelioma. Non c'è nulla da fare"».
L'amianto se lo mangiò in pochi mesi, morì anche lui come tutti, soffocato dal sangue e dall'acqua nei polmoni. Nel 1990 toccò a Libera, la sorella minore di Romana. Stessa malattia, stessa fine atroce e veloce. Nel 2003, a una giovane nipote e a una cugina. L'anno seguente, il destino ha in serbo il più schifoso degli insulti. Maria Rosa, sua figlia. «Fu lei a consolare me. Quando seppe la diagnosi, mi fece sedere e mi disse che dovevo farmi forza. Il processo che comincia lunedì? Vada a farsi un giro qui fuori. Se solo si riuscisse a far conoscere meglio la tragedia di Casale Monferrato, sarei contenta. Così non succederà più quello che stiamo vivendo noi». Ancora silenzio, nella casa affacciata su Strada Cavalcavia. Romana, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'amianto, dice che nonostante i suoi ottant'anni lunedì ci sarà anche lei. Salirà su uno dei nove pullman che alle sette del mattino partiranno da piazza Castello, destinazione Torino.
Lunedì si comincia. Ecco, forse ha davvero ragione la signora Blasotti. Ci vorrà del tempo, per capire l'entità della piaga biblica che si è abbattuta su Casale Monferrato. L'Eternit nel cuore del quartiere Ronzone, che per cinquant'anni produce amianto. Gli operai che muoiono respirando il micidiale pulviscolo, nel silenzio della proprietà. La colata di cemento che nel 1986 sigilla la fabbrica della morte. La maledizione che continua, ogni anno una media di 55 decessi, ormai quasi tutti «cittadini» e non «lavoratori», gente che non aveva mai messo piede all'Eternit. Le microscopiche fibre di amianto hanno ucciso, uccidono e uccideranno ancora. Per provarci, a capire, possono servire anche i numeri del processo che comincia lunedì mattina a Torino, il più grande mai fatto in Europa per le morti cosiddette bianche. Le parti offese citate sono 2.889, un record. Il Tribunale fronteggerà la dolente invasione mettendo a disposizione l'Aula magna, e le due aule-bunker al seminterrato. Ma le migliaia di malati e di loro congiunti che chiederanno di costituirsi parte civile potrebbero raggiungere le 5.700 unità. Verranno anche da Cavagnolo, Rubiera in Emilia, Napoli, dove c'erano altri stabilimenti Eternit.
Trattandosi di un'udienza preliminare, la causa sarà a porte chiuse, ma con dentro una folla da stadio. La cittadella giudiziaria torinese ha dovuto preparare percorsi guidati per l'ingresso, mettere al lavoro la Protezione civile, organizzare un presidio medico, informatizzare il controllo delle identità. Gli imputati sono «lo svizzero» e «il belga», come li chiamano tutti a Casale. Stephan Ernest Schmidheiny e Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 61 e 88 anni, i due ultimi proprietari dell'Eternit. Sono accusati di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e di disastro colposo. «L'amianto è una tragedia enorme e sottovalutata. L'infortunio sul lavoro, l'incendio come alla Thyssen, hanno un effetto immediato, anche mediatico. Ma quelle causate dall'amianto sono morti silenziose, è un killer che uccide anche a trent'anni di distanza». Raffaele Guariniello, sempre lui. In tanti lo considerano un rompiscatole. Poi uno va a vedere e certe inchieste difficili le fa solo il procuratore torinese ossessionato dall'igiene. Così silenzioso, l'assassino invisibile, da occultare anche le sue vittime.
C'è un fascicolo che riguarda altre 200 morti sospette. Gente che si è spenta tossendo sangue, senza sapere a chi dare la colpa. Tutti destini che non sapevano di avere la strada segnata. «La cosa tremenda è che nel 1990, quando eravamo in Russia, Ornella si era ammalata, morbo di Hodgkin. Conseguenza di Chernobyl, così ci dissero. Era poi guarita, ma da allora ogni sei mesi faceva la Tac e tutti gli altri controlli. Il male invece è rimasto nascosto, invisibile. Quando ce ne siamo accorti, era già tardi». Emanuele Novazio è un giornalista de La Stampa, anche lui casalese, come Giampaolo Pansa, che per primo ha raccontato la sua storia, sul Riformista. Sua madre morì nel 1986, mesotelioma pleurico, dopo una vita passata non in fabbrica, ma in un ufficio del centro. Nel 2005 è toccato a Ornella, l'inseparabile moglie, la madre dei loro due figli. Lo aveva raggiunto a Parigi nel 1983, e da allora avevano vissuto insieme. A Mosca, Bonn, Berlino, sempre a migliaia di chilometri da quella maledetta fabbrica. Niente da fare. Il nome di Ornella è uno degli ultimi aggiunti alla lista compilata da Guariniello. «Ogni settimana muore qualche mio concittadino che conosco. Non sai a chi tocca, sai però che succederà. Una pestilenza». Novazio non aggiunge altro, certe volte le parole non vengono proprio. «Ci aspettiamo solo un po' di giustizia», dice Bruno Pesce, l'ex operaio che ha consacrato la sua vita a questa lotta, a questo processo. Aspettare, per poter magari tornare a piangere dopo aver versato ogni possibile lacrima. Come fa la signora Romana nella sua casa piena di centrini e di ricordi, di sorrisi che rimangono vivi solo nelle foto e nella memoria, come fanno molti altri ancora, in questa tremenda Spoon river a due passi da casa nostra.
Marco Imarisio

L’ eco-conversione di Mister Eternit

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200904articoli/10064girata.asp

Dall’amianto killer all’impegno per l’ambiente. “La fabbrica? A nominarla mi sentivo male”

PIERANGELO SAPEGNO

Non c’è una foto dove non sorride, tanto per cominciare. Occhiali grigi e la faccia simpatica di uno che sembra in pace con il mondo. Anche sul suo sito sorride, mentre sta lì, dietro al suo sguardo da filantropo, per raccontare che lo «credevano tutti pazzo» quando lui diceva di non usare più fibre di amianto, contro il parere dei suoi manager: «feci subito installare filtri e rimedi per ridurne la presenza nell’aria... Non sapevo come avrei fatto ma stabilii di eliminare l’amianto in ogni modo». Il problema è che l’amianto avrebbe ucciso lo stesso duemila persone prima di chiudere, e che per questo Stephan Schmidheiny, l’uomo che sorride, è finito sotto processo, unico rappresentante di una dinastia che ha esteso il suo impero in tutto il mondo, passando solo dal cemento agli orologi e dai pannelli dell’Eternit alle proprietà di Cayo Culebra in Honduras, affittate per l’Isola dei famosi, o ai vigneti in America, Australia e Argentina. Un po’ come lui, che è passato da quella poltrona sull’abisso delle morti alla sua nuova immagine di filantropo, promotore di attività eco-compatibili, consulente di Clinton e autore di libri come «Finanziare il cambiamento». L’unica cosa sarebbe capire se tutto questo è vero, o se basta per salvare una coscienza. Dal canto suo, Stephan ha anche offerto un indennizzo agli ex operai Eternit e ai loro eredi, attraverso la società Becon A.G., che fa ovviamente capo alla famiglia: «Una forma di solidarietà slegata dalle vicende processuali», come l’ha definita il suo avvocato, Astolfo di Amato. Ma quando ha dichiarato il suo scandalo per la vicenda Eternit ha sempre mischiato la sua professione di innocenza al pentimento, come se le colpe non potessero ricadere sulla sua figura. Che potrebbe essere anche giusto, se prima non fossero ricaduti i guadagni. Certo, oggi lui sembra un altro uomo. E’ il fondatore e il presidente del Business Council for Sustainable Growth, che riunisce ogni anno a casa sua, nel verde della penisola di Hurden, sul lago di Zurigo, 48 dei principali industriali del mondo, dal presidente della Volkswagen a quello della Dow Chemical. Nel 2003 ha partecipato alla nascita di Viva, un ente nel quale ha voluto fondere la logica imprenditoriale con quella sociale. Da più di 15 anni a questa parte finanzia di tasca propria associazioni e fondazioni ambientaliste, come l’Avina, che nell’America del Sud si occupa di cooperazione e assistenza sociale, e anche per tutto questo s’è preso pure due lauree ad honorem negli Stati Uniti. Lui data questa conversione alla sua gioventù: «Sono cresciuto in una fattoria con le vigne e la mia famiglia era solita compiere escursioni in montagna. Mio padre amava molto navigare e trascorrevamo spesso le vacanze nelle isole del Mediterraneo, dove ho imparato a fare le immersioni. Ed è stato proprio a partire da queste esperienze che ho cominciato a occuparmi di difesa dell’ambiente».Che sia davvero così, non si sa. Negli Anni 90 la conversione bucolica è già evidente, perché lui non solo sparisce giorni e giorni in montagna per ritemprarsi lo spirito, ma organizza anche il vertice mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro, consegnando al presidente George Bush padre un libro di 374 pagine con tutta la summa delle sue idee ambientaliste. Per arrivare qui, però, prima era passato dall’Eternit («Quando ce ne disfammo cominciai a respirare. Solo a sentirla nominare mi veniva male»). Ci era entrato nel 1975, ad appena 29 anni, quando il padre gli aveva affidato la presidenza. Solo che l’effetto cancerogeno dell’amianto era già conclamato da un bel pezzo prima, almeno dagli Anni Sessanta. E Stephan lo sapeva bene se proprio in quel periodo scriveva che questa «è un’industria senza futuro perché progressivamente ci impediranno di lavorare». Dalle carte del processo, invece, risulterebbe che in quegli stessi anni i vertici Eternit avrebbero organizzato lobby «per evitare l’introduzione di leggi volte a impedire la lavorazione e la commercializzazione dei manufatti con amianto».In compenso, Stephan aveva istituito il premio per la pace Eternit: lo consegnava lui direttamente, come risulta dalle foto che lo immortalano nelle ultime due edizioni, quando stringe la mano a Kofi Annan e Romano Prodi. Il premio esiste ancora. Solo che adesso si chiama Max Schmidheiny: è intitolato al padre, che era proprietario dell’Eternit Germania. Alcuni sindacalisti hanno raccontato che durante la guerra in quello stabilimento «c’era un lager interno e un campo di lavoro forzato con prigionieri che provenivano da tutta l’Europa, anche dall’Italia». Papà Max era quello che diceva: «Ho sempre investito il mio danaro. Sempre e dovunque. Così sono cresciuto». Ha avuto ragione lui. Ma è solo questo che fa storcere il naso. Che per qualcuno, prima dell’ambiente, prima delle colpe, prima di tutto, ci sia sempre un altro dio. Il danaro.

Oggi la prima udienza

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200904articoli/10066girata.asp

Sono numeri da record quelli che aprono, oggi al Tribunale di Torino, l’udienza preliminare per i morti alla Eternit, per le micidiali fibre di amianto che si lavoravano nella fabbrica di Casale Monferrato e negli altri stabilimenti italiani. Le parti lese sono al momento 2.889, ma potrebbero - considerando tutti gli eredi delle vittime - arrivare fino a 5.700. L’accusa è sostenuta dal procuratore vicario di Torino, Raffaele Guariniello, e dai pm Sara Panelli e Gianfranco Colace, che hanno raccolto gli atti in oltre 200 mila pagine. Gli imputati sono gli ultimi proprietari dell’Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 88 anni.

venerdì 13 marzo 2009

Caso Eternit, da Francia, Belgio e Svizzera per il convegno torinese 'Amianto: dramma internazionale'

http://www.ecodelpiemonte.org/caso-eternit-da-francia-belgio-e-svizzera-per-il-convegno-torinese--amianto-dramma-internazionale-.htm

Convegno sul caso piemontese della Eternit e lo scenario internazionaleLa tutela delle vittime dell’amianto, la sicurezza dei luoghi di lavoro, il risanamento ambientale e lo smaltimento del materiale nocivo sono stati i principali argomenti trattati durante il convegno “Amianto: dramma internazionale”, che si è tenuto questa mattina a Torino, presso il Museo Regionale di Scienze Naturali. In occasione dell’apertura dell’udienza preliminare relativa al procedimento penale di portata nazionale sulle vittime dell’amianto, fissata a Torino per il 6 aprile, la Regione Piemonte ha voluto organizzare una giornata di studio per affrontare in particolare le problematiche giuridiche della tutela delle vittime.
Il caso della lavorazione industriale dell’amianto -sottolinea l’assessore al Legale della Regione Piemonte, Sergio Deorsola- e delle sue vittime si è delineato come una tragedia di portata internazionale. Per questo è opportuno affrontare il tema della tutela delle vittime anche dal punto di vista giuridico e attraverso un approccio trasnazionale.
Avvocati italiani e provenienti da Francia, Belgio e Svizzera, rappresentanti delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle associazioni delle vittime in Europa e delle Regioni Emilia Romagna e Campania, hanno esaminato il caso piemontese degli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato e Cavagnolo, confrontandolo con gli altri siti italiani della produzione Eternit e analoghe situazioni in Europa.
L’attenzione della Regione Piemonte sulla vicenda dell’amianto -prosegue Deorsola- si traduce in interventi concreti per la bonifica ambientale nelle aree esposte, nel sostegno alle persone affette da malattie dovute all’esposizione all’amianto e in azioni che coinvolgano gli enti locali e mantengano viva l’attenzione sulle problematiche legate all’amianto.
Nel 2008 è stata approvata la legge regionale “Norme per la tutela della salute, il risanamento dell’ambiente, la bonifica e lo smaltimento dell’amianto” per la salvaguardia dall’inquinamento da fibre di amianto nei luoghi di vita e di lavoro, la bonifica di siti, impianti, edifici e manufatti, per il sostegno alla ricerca nel campo della prevenzione, della diagnosi e della terapia, il sostegno alle vittime dell’amianto e la promozione di iniziative di educazione e informazione finalizzate a ridurre il rischio. Nell’agosto dello stesso anno la Regione ha istituito inoltre il “Centro regionale per la ricerca, la sorveglianza e la prevenzione dei rischi da amianto”, con sede a Casale Monferrato. Tra i compiti principali del Centro ci sono l’aggiornamento e la gestione del Piano regionale amianto, la pianificazione strategica delle attività di ricerca sull’epidemiologia, la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle patologie legate all’amianto, nonché il coordinamento nazionale dei progetti su questo tema del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive (CCM) del Ministero della salute.
(Uff stampa Regione Piemonte)

lunedì 9 marzo 2009

Un mostro chiamato Eternit

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/55872/

IL BESTIARIO di Giampaolo Pansa

Mi sento in colpa per non aver mai scritto una riga sul pericolo dell’amianto e sull’Eternit, l’azienda che lo lavorava. Il cuore dell’Eternit, con lo stabilimento più grande e il vertice della società, stava nella mia città, Casale Monferrato.

Chiamarla fabbrica della morte è poco. A Casale l’Eternit ha già ucciso 1.649 persone. E altre ne ucciderà, perché la gente continua a morire. Ad andarsene c’è pure chi non aveva mai lavorato all’Eternit. La malattia che li ammazza è il mesotelioma pleurico. Dicono che abbia un’incubazione lunga, può durare quarant’anni. Forse io l’ho scampata. Ma a stabilirlo sarà soltanto il Padreterno.

Adesso i giornali si occuperanno di questa strage. Il 6 aprile comincerà a Torino il processo all’Eternit e sarà uno scontro duro. Il pubblico ministero che ha condotto l’inchiesta è un magistrato famoso per l’abilità e il coraggio: Raffaele Guariniello. Bisognerà seguirlo con attenzione. Anche perché riporterà sulla scena una città che è stata importante nella vicenda industriale italiana.

Nel passaggio fra l’Ottocento e il Novecento, nel Monferrato casalese, i ragazzi poveri avevano tre possibilità. La prima era di lavorare nelle cave di marna. Lo facevano in condizioni bestiali. Consumavano la vita sottoterra, senza protezioni, rischiando di morire bruciati dal grisou. Le paghe erano misere. I cavatori rientravano a casa di notte, disfatti, terrei, senza altro orizzonte che ridiscendere nel buio il giorno dopo. “I sepolti vivi” li avrebbe chiamati nel 1913 “La Fiaccola”, il settimanale socialista di Casale.

L’abbondanza di ottime marne calcaree, la materia prima della calce e del cemento, regalò alla città il boom dei cementifici. Ecco la seconda occasione di lavoro. All’inizio del 1900 quelle fabbriche erano più di cento. Vista dall’alto della salita di Sant’Anna, Casale offriva un profilo infernale. Una sterminata batteria di ciminiere, affilate come missili, sparava un fumo sempre più denso e acre. I tetti delle case erano bianchi. Nella calura estiva l’aria diventava irrespirabile. Non oso immaginare quale fosse l’ambiente interno ai cementifici.

Nel 1906 spuntò una terza possibilità. Dei genovesi impiantarono a Casale una fabbrica d’avanguardia. Produceva tegole piane fatte di cemento e di amianto, secondo il brevetto di un austriaco. L’invenzione venne chiamata Eternit perché garantiva una durata eterna del prodotto. Dalle tegole si passò alle lastre, poi ai tubi per gli acquedotti e le fognature. E lo sviluppo dell’azienda fu trionfale.

L’Eternit arrivò a occupare 2.400 uomini, ma quelli che ci sono passati pare siano quasi cinquemila. Fu la nostra Fiat. Lavorare all’Eternit era un privilegio. Il posto risultava garantito. Ci lavorò anche il fratello più giovane di mio padre, Francesco Pansa, classe 1901. Operaio a quindici anni. Poi montatore dei grandi tubi, soprattutto in Bassa Italia. Stufo dell’Eternit, emigrò in Argentina, ma dopo due anni ritornò a Casale, sempre all’Eternit. La sua fortuna fu di sposare la tredicesima figlia di un pescatore del Po. Che portò in dote la licenza per aprire un’osteria. Quando lo zio Francesco morì, nessuno si pose il problema se l’avesse ucciso o no l’amianto.

Il mostro dell’Eternit chiuse i battenti nel 1986, per fallimento. Si estendeva su 94 mila metri quadrati, metà dei quali coperti con quel prodotto maledetto. Una bomba nucleare sul fianco destro del Po. Si è poi scoperto che la lavorazione dell’amianto aveva creato una nuova spiaggia lungo il fiume. Aveva un colore bianco brillante. Un grande velo di sposa che nascondeva un numero spaventoso di morti.

Le cifre conosciute dicono che l’Eternit ha ammazzato a Casale 1.649 persone. Suddivise così: 1.020 sono operai e impiegati che avevano lavorato in quella fabbrica, 375 sono le vittime di patologie legate all’amianto e 254 sono donne e uomini che non hanno mai messo piede all’Eternit. È la terza cifra che rende la strage ancora più terribile. Il mesotelioma pleurico ha ucciso a caso gente che si riteneva al sicuro, mai vissuta vicino alla fabbrica e impegnata in altri lavori. Tra i morti c’è pure chi aveva lasciato Casale da giovane, senza più tornarci.

Se la strage è emersa lo si deve soprattutto a un sindacalista e a un giornale. Il primo è Bruno Pesce, dirigente della Cgil e già segretario della Camera del lavoro cittadina, che oggi guida il comitato dei superstiti. Il giornale è “Il Monferrato”, storico bisettimanale di Casale. Diretto da Marco Giorcelli, alla fine del gennaio 2009 ha cominciato a pubblicare gli elenchi di tutte le vittime dell’Eternit. Sono rimasto sconvolto nel leggere, numero dopo numero, quella spaventosa Spoon River. L’anagrafe del cimitero dell’amianto: cognome, nome, data di nascita, data di morte.È un elenco che andrà aggiornato.

A Casale l’Eternit continua a uccidere, al ritmo di venti, venticinque persone all’anno. L’ultima vittima è di qualche settimana fa. Si chiamava Alberto Sartor, 70 anni, un imprenditore che da geometra aveva lavorato all’Eternit. La malattia gli era stata diagnosticata quindici mesi prima. Immagino che anche lui sia morto fra molte sofferenze. Per dirla in soldoni, il mesotelioma ti soffoca. È il cappio di un boia che si stringe attorno al collo, giorno dopo giorno.

Al processo ci saranno più di cinquemila parti civili. Non vorrei essere nei panni dei due signori sul banco degli imputati. Un barone belga e un riccone svizzero. Il mostro dell’Eternit non gli costerà come il ponte di Messina, ma siamo lì.

Giampaolo Pansa

martedì 11 novembre 2008

Amianto: l'urlo silenzioso di Casale che chiede giustizia e ricerca - In duemila alla fiaccolata


da "Il Monferrato"

«Quanti siamo?». «Un mare». A pensare quanti lutti e quante lacrime, quante vite e quante famiglie distrutte ci siano dietro a tutte queste fiaccole, ti vengono i brividi addosso. Guai a parlare di successo della manifestazione: perché dietro questa vasta partecipazione popolare c’è una strage senza fine.
E questo corteo composto e commosso rappresenta solo l’urlo silenzioso di una città, di un territorio che piange più di 1500 morti da amianto, che chiede giustizia e che invoca speranza: «Giustizia, bonifica e ricerca per battere il mesotelioma», come chiedono i promotori della fiaccolata partita alle 18 di lunedì dal mercato Pavia.
C’è tantissima gente comune - e molti non trattengono le lacrime - e poi c’è una grande adesione da parte del mondo dello sport. C’è Matteo Formenti, il capitano della Junior basket; c’è Carlo Alberto Mercandelli, l’ex azzurro di motocross, reduce dalla maratona di New York; c’è Linda Giordana, la bandiera della pallavolo casalese; c’è Alberto Gnani, il fondatore della pallamano casalese. E c’è una massiccia partecipazione del settore giovanile del Casale calcio, che apre il corteo. E poi, tanti, tantissimi altri.
C’è Carlo Liedholm, il figlio del popolarissimo allenatore, che per il mesotelioma ha perso la moglie, casalese. C’è Giusy Pivetta, la vedova dell’imprenditore in cui memoria, all’inizio di ottobre è stata organizzata a Terruggia una prima fiaccolata spontanea da cui è nata l’idea di questa manifestazione in città. C’è anche una delegazione della Thyssen Krupp di Torino. Ci sono i medici che combattono la loro battaglia quotidiana a fianco dei malati di mesotelioma, come Daniela Degiovanni e Luciano Mutti; ci sono tanti sindaci del Comprensorio, con le fasce tricolori, accanto al primo cittadino di Casale Paolo Mascarino e tanti politici dei vari schieramenti, in rappresentanza di Comuni, Provincia, Regione; ci sono i sindacalisti, i componenti del Comitato vertenza Amianto guidati da Romana Blasotti Pavesi, i volontari di Vitas. Ci sono anche don Antonio Gennaro, vicario generale della Diocesi e don Gino Piccio, già prete operaio e Premio per la Pace. E ancora: piccoli imprenditori, impiegati, pensionati. «Fermiamo questa strage», invoca uno striscione.
Il corteo percorre via Aporti, corso Manacorda, imbocca via Roma per poi ritornare in piazza Castello. Il traffico si ferma e le auto si incolonnano rispettose. I promotori, alla fine, parlano di oltre 2000 partecipanti. Secondo la Questura, sono 1600-1700.
A pensare che ad ogni fiaccola corrisponde una vittima, una vittima di una strage assurda e crudele, ti vengono altro che i brividi. Tutta questa gente che sfila silenziosa, a nome dell’intera città e dell’intero territorio, chiede giustizia e speranza. Per coloro che sono ammalati e per coloro che purtroppo si ammaleranno. E poi, quando finalmente a Casale la strage sarà finita, per tutti coloro che vivono nei Paesi in cui ancora viene - incredibilmente lavorato l’amianto.