martedì 7 aprile 2009

Eternit, il processo italiano un esempio per la Francia (Les Echos)

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/04/visti-da-lontano-7apr09.shtml?uuid=3ff45e0a-2365-11de-a810-6464a992e1a0&DocRulesView=Libero

di Elysa Fazzino

Processo Eternit: chiesti danni per 246 milioni di euro

Sono arrivati dalla Francia in 250 per l'udienza preliminare del processo che si è aperto lunedì a Torino per i morti dell'Eternit. Ed era solo una delegazione tra tante, quella dell'associazione francese di difesa delle vittime dell'amianto, l'Andeva, che ha additato l'Italia come un esempio da seguire. Ne dà notizia il quotidiano economico francese Les Echos.

L'apertura del primo processo penale contro due ex dirigenti della società Eternit, accusata di essere responsabile delle morti dovute all'amianto, deve servire «da esempio alla Francia», ha dichiarato l'Andeva in un comunicato. I magistrati francesi, secondo l'associazione, non dispongono dei mezzi necessari per portare avanti un'istruttoria di qualità. Nel lodare «la determinazione del procuratore italiano e la mobilitazione delle autorità della regione Piemonte», che «mostrano una volontà politica di arrivare a un processo», l'Andeva ha deplorato che la volontà politica «faccia difetto in Francia» e ha preannunciato nuove iniziative nelle prossime settimane.

In Francia, l'amianto è giudicato responsabile di una percentuale compresa tra il 10 e il 20% dei casi di cancro al polmone e dovrebbe essere responsabile di 100mila morti di qui al 2025, secondo l'Afsset (Agenzia salute-ambiente).
Il numero di salariati potenzialmente esposti all'amianto durante le attività di manutenzione è stimato tra 1 e 2 milioni, di cui 900mila sono nel settore della costruzione edile (dati 2007 dell'istituto francese di ricerca e di sicurezza).

In aula i due fronti

La procura rimpolpa le accuse. Lo svizzero schiera 23 difensoriAnche il numero degli avvocati ribadisce il diverso atteggiamento processuale del magnate svizzero, Stephan Schmidheiny, e del barone belga, Jean Luois Marie Ghislain de Cartier de Marchienne. All'udienza preliminare del processo Eternit il primo ne ha schierati ben ventitre (costretti nell'aula sovraffollata ad accomodarsi nella «gabbia» degli imputati), il secondo solo due. L'erede della famiglia Schmidheiny, convertitosi all'ambientalismo sostenibile, ha offerto risarcimenti alle vittime. Somme modeste, gravate da molteplici condizioni temporali, volte a ridurre il numero delle costituzioni di parte civile. Seppur per scopi utilitari, una mossa comunque l'ha fatta. L'ottantottenne barone, invece, se ne sta ben coperto e defilato. Di certo, gode di ottima salute. Qualche giorno fa a un giornalista belga che voleva intervistarlo, la governante ha risposto: «Il barone non può essere disturbato, sta andando in bicicletta nel parco». Una «buona» notizia per le parti lese, che temono che il barone defunga prima che il processo vada a sentenza (o prima che scatti la prescrizione).Non è una buona notizia, invece, per i due accusati il supplemento d'indagine depositato venerdì scorso dal procuratore della repubblica Raffaele Guariniello. Il nuovo materiale prodotto serve a dimostrare che a tutt'oggi a Casale e dintorni ci sono stradine, cortili, solai contenenti il «polverino», il residuo della lavorazione del cemento-amianto che l'Eternit regalava alla popolazione. Il pericolo, dunque, non è cessato. Il fatto, pur essendo noto (la bonifica degli edifici civili a Casale è stata fatta solo per metà), serve a dimostrare che i vertici della multinazionale, chiusi per fallimento nel 1986 gli stabilimenti in Italia, si sono altamente disinteressati di quel che lasciavano alla loro spalle. In sostanza, i due imputati non dovranno rispondere solo di quello che hanno fatto fino all'86, ma anche di quel che non hanno fatto dopo quella data. E se per il primo periodo cercheranno di difendersi sostenendo (contro la verità) che allora «non conoscevano» i danni provocati dall'amianto, per il secondo non avranno alibi o attenuanti. Il supplemento d'indagine di Guariniello rafforza il reato di disastro doloso e, nella strategia della pubblica accusa, dovrebbe funzionare come un baluardo contro la prescrizione.Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva coordinano il vasto collegio di difesa del magnate svizzero. «Non siamo defaticatori processuali, non ci presentiamo per lavorare contro», hanno dichiarato al via dell'udienza preliminare, «svolgeremo il nostro dovere di avvocati in modo appropriato e serio. Se avremo eccezioni da sollevare, saranno serie». Non confermano, ma non negano, che tra le eccezioni preliminari che solleveranno una verterà sulla competenza territoriale. Il processo si svolge a Torino, ma i siti produttivi dell'Eternit oltre che in Piemonte (Casale Monferrato e Cavagnolo) erano in Emilia Romagna (Rubiera) e in Campania (Bagnoli). Sulla manifestazione di ieri fuori dal tribunale i difensori di Stephan Schmidheiny hanno tenuto il profilo basso: «Siamo un paese civile e democratico. La nostra funzione di avvocati è di affrontare anche questi processi, avendo come scudo la legge. Siamo sicuri che i giudici saranno indipendenti».
Manuela Cartosio

Processo Eternit , l’Inail chiede 250 milioni

http://edicola.avvenire.it/ee/avvenire/default.php?pSetup=avvenire

In aula migliaia di parti lese che hanno chiesto di costituirsi contro la multinazionale che usava l’amianto

DA TORINO
Erano quasi cinquecento le persone che dal Piemonte, dall’Emilia e dalla Campania si sono presentate ieri mattina al Palazzo di Giustizia di Torino per chiedere di costituirsi parte civile al processo Eternit . E almeno altrettanti dall’Italia, dalla Francia, dal Belgio e dalla Svizzera si sono radunati nelle stesse ore davanti ai cancelli per denunciare la piaga delle morti provocati dall’amianto in tutta Europa. In questo clima si è aperta l’udienza preliminare che per la prima volta vede sul banco degli imputati gli ex vertici della multinazionale, il mi- liardario svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis De Cartier, 88 anni: il pm Raffaele Guariniello, secondo cui sarà «un processo giusto sia per le vittime che per gli imputati», contesta il disastro doloso. Tra ammalati e deceduti ci sono 2.889 parti lese: lavoratori degli stabilimenti di Casale Monferrato ( Alessandria), Cavagnolo ( Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli), i loro familiari, i loro concittadini che abitavano vicino alle fabbriche e respiravano le fibre. «Dall’analisi delle carte processuali – dice l’avvocato Sergio Bonetto, capofila delle parti civili – si ricava che alla Eternit non solo hanno provocato i danni, ma che non vi hanno posto rimedio. Ancora oggi, a Casale , ci sono strade con ghiaia d’amianto ». Solo per gli indennizzi l’Inail ha speso 246 milioni di euro e ora, per riavere una parte della somma, si costituirà con gli altri. I primi a presentarsi sono stati quelli di Rubiera, seguiti da quelli di Casale (su sette pullman) e dai campani. Per fronteggiare l’invasione, il tribunale aveva disposto misure straordinarie: percorsi guidati, controlli al computer, un presidio medico gestito dalla protezione civile, tre maxi aule collegate in videoconferenza. Solo per Schmidheiny, il magnate che oggi afferma di battersi per uno sviluppo eco- compatibile, c’erano 23 avvocati, cosa che non ha mancato di provocare battute ironiche fra i presenti. Il programma del gup Cristina Palmesino, ostacolato da un improvviso guasto al computer, prevedeva l’appello dalla «A» alla «L». Tutti si sono disposti su tre file, una per ciascun cancelliere impegnato a verbalizzare e registrare un nome dopo l’altro: enti territoriali (il primo è stata la Regione Piemonte con la presidente Mercedes Bresso, poi l’Emilia e la Campania, le Province, i Comuni), sindacati, onlus, cittadini. Fuori, nel frattempo, tra bandiere, striscioni, pettorine e distintivi, un palco allestito dalla Cgil ha ospitato comizi, interventi, testimonianze. C’erano politici ( Vittorio Agnoletto, un consigliere regionale con il nonno ucciso da un tumore, Antonio Boccuzzi), sindacalisti e soprattutto i comitati antiamianto italiani e stranieri. Il presidente dell’associazione francese Ardeva, Alain Guerif, ha detto che «questo processo storico è un monito per tutta l’Europa » , aggiungendo che nel suo paese, dove i morti si contano a migliaia, «le cause si fanno ma il governo non dà alla giustizia i mezzi necessari».

Processo Eternit, quasi tremila aspiranti parti civili

http://www.metronews.it/news-torino/processo-eternit-quasi-tremila-aspiranti-parti-civili.html?Itemid=30457%3Fexp%3D1

Sono arrivati da tutta Italia e dall’estero, dalla Francia. E chiedono giustizia. Sono le vittime dell’amianto, i parenti e i colleghi delle migliaia di operai morti per aver lavorato nelle quattro fabbriche della morte italiane. Si è aperto ieri al tribunale con l’udienza preliminare il processo Eternit. Alle 9 hanno cominciato ad arrivare le 2.889 parti civili contro lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis De Cartier, 88 anni, accusati di disastro doloso e omissione dolosa di sistemi antifortunistici. I primi a presentarsi ai “filtri” allestiti per l’accredito sono stati 27 emiliani: ex operai, figli e nipoti di lavoratori morti dopo aver lavorato all’Eternit di Rubiera (RE). Sette gli autobus arrivati da Casale, dove si conta la maggior parte delle vittime. La prima parte dell’udienza è stata dedicata solo all’appello delle aspiranti parti civili dalla A alla L, domani è in programma il resto. Hanno chiesto di costituirsi l’Inail, con la (forse) più alta richiesta risarcitoria della sua storia: 246 milioni; le Regioni Piemonte, Emilia Romagna e Campania, le Province, i Comuni di Casale, Cavagnolo e Rubiera; sindacati, Associazioni di famigliari e vittime dell’amianto. «Sarà un processo giusto per tutti, per le vittime e per gli imputati», ha detto il pm Raffaele Guariniello.
(REBECCA ANVERSA)

lunedì 6 aprile 2009

«Tutti a Torino, qui si muore ancora»

http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_05/torino_processo_amianto_record_df741562-2192-11de-b3cf-00144f02aabc.shtml

Il caso Le parti offese potrebbero essere oltre cinquemila
L'amianto e il processo dei record«Tutti a Torino, qui si muore ancora»
Da Casale 9 pullman per la prima udienza di lunedì. Sotto accusa la Eternit


DAL NOSTRO INVIATO
CASALE MONFERRATO (Alessandria) - Alla fine, forse. La signora Romana dice che solo quando il processo sarà finito riuscirà a piangere. Non lo ha fatto neppure ieri, quando le hanno portato una poesia per sua figlia, scritta dalla dottoressa che ha cercato di alleviarne le sofferenze. «La vuole leggere lei? Io non ci riesco». Romana Blasotti approfitta del silenzio che è sceso nel tinello e si alza. Va in cucina a preparare il caffè. Lo sguardo dell'ospite si posa inevitabilmente sulle pareti e sul ripiano della credenza, pieni di volti, in bianco e nero, a colori. Una delle foto più datate ritrae un gruppo di giovani che sorridono, con lei al centro. L'uomo che fissa l'obiettivo ha la fronte spaziosa, lo sguardo buono, le mani in tasca. Si sposeranno qualche mese dopo quello scatto. Mario, suo marito, fu il primo. Era l'unico della famiglia che lavorava all'Eternit. Si ammalò nel febbraio del 1982. «Quando il medico mi disse che aveva un tumore, non mi feci impressionare. "È un uomo forte, lo cureremo" gli risposi. "No, signora, non è possibile. Mesotelioma. Non c'è nulla da fare"».
L'amianto se lo mangiò in pochi mesi, morì anche lui come tutti, soffocato dal sangue e dall'acqua nei polmoni. Nel 1990 toccò a Libera, la sorella minore di Romana. Stessa malattia, stessa fine atroce e veloce. Nel 2003, a una giovane nipote e a una cugina. L'anno seguente, il destino ha in serbo il più schifoso degli insulti. Maria Rosa, sua figlia. «Fu lei a consolare me. Quando seppe la diagnosi, mi fece sedere e mi disse che dovevo farmi forza. Il processo che comincia lunedì? Vada a farsi un giro qui fuori. Se solo si riuscisse a far conoscere meglio la tragedia di Casale Monferrato, sarei contenta. Così non succederà più quello che stiamo vivendo noi». Ancora silenzio, nella casa affacciata su Strada Cavalcavia. Romana, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'amianto, dice che nonostante i suoi ottant'anni lunedì ci sarà anche lei. Salirà su uno dei nove pullman che alle sette del mattino partiranno da piazza Castello, destinazione Torino.
Lunedì si comincia. Ecco, forse ha davvero ragione la signora Blasotti. Ci vorrà del tempo, per capire l'entità della piaga biblica che si è abbattuta su Casale Monferrato. L'Eternit nel cuore del quartiere Ronzone, che per cinquant'anni produce amianto. Gli operai che muoiono respirando il micidiale pulviscolo, nel silenzio della proprietà. La colata di cemento che nel 1986 sigilla la fabbrica della morte. La maledizione che continua, ogni anno una media di 55 decessi, ormai quasi tutti «cittadini» e non «lavoratori», gente che non aveva mai messo piede all'Eternit. Le microscopiche fibre di amianto hanno ucciso, uccidono e uccideranno ancora. Per provarci, a capire, possono servire anche i numeri del processo che comincia lunedì mattina a Torino, il più grande mai fatto in Europa per le morti cosiddette bianche. Le parti offese citate sono 2.889, un record. Il Tribunale fronteggerà la dolente invasione mettendo a disposizione l'Aula magna, e le due aule-bunker al seminterrato. Ma le migliaia di malati e di loro congiunti che chiederanno di costituirsi parte civile potrebbero raggiungere le 5.700 unità. Verranno anche da Cavagnolo, Rubiera in Emilia, Napoli, dove c'erano altri stabilimenti Eternit.
Trattandosi di un'udienza preliminare, la causa sarà a porte chiuse, ma con dentro una folla da stadio. La cittadella giudiziaria torinese ha dovuto preparare percorsi guidati per l'ingresso, mettere al lavoro la Protezione civile, organizzare un presidio medico, informatizzare il controllo delle identità. Gli imputati sono «lo svizzero» e «il belga», come li chiamano tutti a Casale. Stephan Ernest Schmidheiny e Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 61 e 88 anni, i due ultimi proprietari dell'Eternit. Sono accusati di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e di disastro colposo. «L'amianto è una tragedia enorme e sottovalutata. L'infortunio sul lavoro, l'incendio come alla Thyssen, hanno un effetto immediato, anche mediatico. Ma quelle causate dall'amianto sono morti silenziose, è un killer che uccide anche a trent'anni di distanza». Raffaele Guariniello, sempre lui. In tanti lo considerano un rompiscatole. Poi uno va a vedere e certe inchieste difficili le fa solo il procuratore torinese ossessionato dall'igiene. Così silenzioso, l'assassino invisibile, da occultare anche le sue vittime.
C'è un fascicolo che riguarda altre 200 morti sospette. Gente che si è spenta tossendo sangue, senza sapere a chi dare la colpa. Tutti destini che non sapevano di avere la strada segnata. «La cosa tremenda è che nel 1990, quando eravamo in Russia, Ornella si era ammalata, morbo di Hodgkin. Conseguenza di Chernobyl, così ci dissero. Era poi guarita, ma da allora ogni sei mesi faceva la Tac e tutti gli altri controlli. Il male invece è rimasto nascosto, invisibile. Quando ce ne siamo accorti, era già tardi». Emanuele Novazio è un giornalista de La Stampa, anche lui casalese, come Giampaolo Pansa, che per primo ha raccontato la sua storia, sul Riformista. Sua madre morì nel 1986, mesotelioma pleurico, dopo una vita passata non in fabbrica, ma in un ufficio del centro. Nel 2005 è toccato a Ornella, l'inseparabile moglie, la madre dei loro due figli. Lo aveva raggiunto a Parigi nel 1983, e da allora avevano vissuto insieme. A Mosca, Bonn, Berlino, sempre a migliaia di chilometri da quella maledetta fabbrica. Niente da fare. Il nome di Ornella è uno degli ultimi aggiunti alla lista compilata da Guariniello. «Ogni settimana muore qualche mio concittadino che conosco. Non sai a chi tocca, sai però che succederà. Una pestilenza». Novazio non aggiunge altro, certe volte le parole non vengono proprio. «Ci aspettiamo solo un po' di giustizia», dice Bruno Pesce, l'ex operaio che ha consacrato la sua vita a questa lotta, a questo processo. Aspettare, per poter magari tornare a piangere dopo aver versato ogni possibile lacrima. Come fa la signora Romana nella sua casa piena di centrini e di ricordi, di sorrisi che rimangono vivi solo nelle foto e nella memoria, come fanno molti altri ancora, in questa tremenda Spoon river a due passi da casa nostra.
Marco Imarisio

L’ eco-conversione di Mister Eternit

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200904articoli/10064girata.asp

Dall’amianto killer all’impegno per l’ambiente. “La fabbrica? A nominarla mi sentivo male”

PIERANGELO SAPEGNO

Non c’è una foto dove non sorride, tanto per cominciare. Occhiali grigi e la faccia simpatica di uno che sembra in pace con il mondo. Anche sul suo sito sorride, mentre sta lì, dietro al suo sguardo da filantropo, per raccontare che lo «credevano tutti pazzo» quando lui diceva di non usare più fibre di amianto, contro il parere dei suoi manager: «feci subito installare filtri e rimedi per ridurne la presenza nell’aria... Non sapevo come avrei fatto ma stabilii di eliminare l’amianto in ogni modo». Il problema è che l’amianto avrebbe ucciso lo stesso duemila persone prima di chiudere, e che per questo Stephan Schmidheiny, l’uomo che sorride, è finito sotto processo, unico rappresentante di una dinastia che ha esteso il suo impero in tutto il mondo, passando solo dal cemento agli orologi e dai pannelli dell’Eternit alle proprietà di Cayo Culebra in Honduras, affittate per l’Isola dei famosi, o ai vigneti in America, Australia e Argentina. Un po’ come lui, che è passato da quella poltrona sull’abisso delle morti alla sua nuova immagine di filantropo, promotore di attività eco-compatibili, consulente di Clinton e autore di libri come «Finanziare il cambiamento». L’unica cosa sarebbe capire se tutto questo è vero, o se basta per salvare una coscienza. Dal canto suo, Stephan ha anche offerto un indennizzo agli ex operai Eternit e ai loro eredi, attraverso la società Becon A.G., che fa ovviamente capo alla famiglia: «Una forma di solidarietà slegata dalle vicende processuali», come l’ha definita il suo avvocato, Astolfo di Amato. Ma quando ha dichiarato il suo scandalo per la vicenda Eternit ha sempre mischiato la sua professione di innocenza al pentimento, come se le colpe non potessero ricadere sulla sua figura. Che potrebbe essere anche giusto, se prima non fossero ricaduti i guadagni. Certo, oggi lui sembra un altro uomo. E’ il fondatore e il presidente del Business Council for Sustainable Growth, che riunisce ogni anno a casa sua, nel verde della penisola di Hurden, sul lago di Zurigo, 48 dei principali industriali del mondo, dal presidente della Volkswagen a quello della Dow Chemical. Nel 2003 ha partecipato alla nascita di Viva, un ente nel quale ha voluto fondere la logica imprenditoriale con quella sociale. Da più di 15 anni a questa parte finanzia di tasca propria associazioni e fondazioni ambientaliste, come l’Avina, che nell’America del Sud si occupa di cooperazione e assistenza sociale, e anche per tutto questo s’è preso pure due lauree ad honorem negli Stati Uniti. Lui data questa conversione alla sua gioventù: «Sono cresciuto in una fattoria con le vigne e la mia famiglia era solita compiere escursioni in montagna. Mio padre amava molto navigare e trascorrevamo spesso le vacanze nelle isole del Mediterraneo, dove ho imparato a fare le immersioni. Ed è stato proprio a partire da queste esperienze che ho cominciato a occuparmi di difesa dell’ambiente».Che sia davvero così, non si sa. Negli Anni 90 la conversione bucolica è già evidente, perché lui non solo sparisce giorni e giorni in montagna per ritemprarsi lo spirito, ma organizza anche il vertice mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro, consegnando al presidente George Bush padre un libro di 374 pagine con tutta la summa delle sue idee ambientaliste. Per arrivare qui, però, prima era passato dall’Eternit («Quando ce ne disfammo cominciai a respirare. Solo a sentirla nominare mi veniva male»). Ci era entrato nel 1975, ad appena 29 anni, quando il padre gli aveva affidato la presidenza. Solo che l’effetto cancerogeno dell’amianto era già conclamato da un bel pezzo prima, almeno dagli Anni Sessanta. E Stephan lo sapeva bene se proprio in quel periodo scriveva che questa «è un’industria senza futuro perché progressivamente ci impediranno di lavorare». Dalle carte del processo, invece, risulterebbe che in quegli stessi anni i vertici Eternit avrebbero organizzato lobby «per evitare l’introduzione di leggi volte a impedire la lavorazione e la commercializzazione dei manufatti con amianto».In compenso, Stephan aveva istituito il premio per la pace Eternit: lo consegnava lui direttamente, come risulta dalle foto che lo immortalano nelle ultime due edizioni, quando stringe la mano a Kofi Annan e Romano Prodi. Il premio esiste ancora. Solo che adesso si chiama Max Schmidheiny: è intitolato al padre, che era proprietario dell’Eternit Germania. Alcuni sindacalisti hanno raccontato che durante la guerra in quello stabilimento «c’era un lager interno e un campo di lavoro forzato con prigionieri che provenivano da tutta l’Europa, anche dall’Italia». Papà Max era quello che diceva: «Ho sempre investito il mio danaro. Sempre e dovunque. Così sono cresciuto». Ha avuto ragione lui. Ma è solo questo che fa storcere il naso. Che per qualcuno, prima dell’ambiente, prima delle colpe, prima di tutto, ci sia sempre un altro dio. Il danaro.

Oggi la prima udienza

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200904articoli/10066girata.asp

Sono numeri da record quelli che aprono, oggi al Tribunale di Torino, l’udienza preliminare per i morti alla Eternit, per le micidiali fibre di amianto che si lavoravano nella fabbrica di Casale Monferrato e negli altri stabilimenti italiani. Le parti lese sono al momento 2.889, ma potrebbero - considerando tutti gli eredi delle vittime - arrivare fino a 5.700. L’accusa è sostenuta dal procuratore vicario di Torino, Raffaele Guariniello, e dai pm Sara Panelli e Gianfranco Colace, che hanno raccolto gli atti in oltre 200 mila pagine. Gli imputati sono gli ultimi proprietari dell’Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 88 anni.